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Tradurre l'intraducibile: la traduzione letteraria nell'epoca delle macchine
An essay on what literary translation preserves that machine translation cannot replace.
La traduzione automatica ha raggiunto negli ultimi anni una competenza che sarebbe parsa fantascientifica un decennio fa, e la domanda che serpeggia nel mondo editoriale è tanto inevitabile quanto mal posta: le macchine sostituiranno i traduttori letterari? Mal posta, perché presuppone che tradurre letteratura consista nel trasferire contenuti da una lingua all'altra, quando ogni traduttore sa che il contenuto è, semmai, l'ultimo dei problemi. Ciò che resiste alla macchina è tutto il resto: il ritmo di una frase che l'autore ha limato per settimane, l'ambiguità deliberata che il testo custodisce e che una resa troppo trasparente tradirebbe, l'eco intertestuale che collega una parola a tre secoli di letteratura, il socioletto di un personaggio che esiste solo nell'intersezione tra una classe sociale e un quartiere. Davanti a queste soglie, il traduttore non decodifica: negozia, sacrifica, compensa altrove, riscrive. La sua è un'attività autoriale camuffata da servizio. Ciò non significa che gli strumenti automatici siano irrilevanti: molti professionisti li usano ormai come si usa un dizionario, per sgomberare rapidamente il terreno dalle rese ovvie e concentrare le energie dove il testo oppone resistenza. Il rischio, piuttosto, è economico e culturale insieme: se il mercato accetterà traduzioni 'sufficienti' a un decimo del costo, a scomparire non sarà il traduttore, ma la traduzione come forma d'arte — e con essa l'idea che ogni lingua sia un modo insostituibile di abitare il mondo.
Perché, secondo l'articolo, la domanda sulla sostituzione dei traduttori è mal posta?